Legàmi di marzo

(di Matteo Malanca)

Nel contesto balcanico esiste una pratica stagionale molto semplice, ma poco nota al di fuori dell’area.
Essa consiste nell’indossare, dal primo giorno di marzo, un piccolo ornamento costituito da un filo rosso e uno bianco intrecciati, con piccoli ornamenti colorati, che può assumere l’aspetto semplice di un braccialetto, ma anche la forma di una nappa e di una bambola di stoffa, lana o cotone. Si indossa al polso del braccio sinistro o sulla parte sinistra del corpo, il lato del cuore. Questa pratica prende il nome di màrtis (μάρτης) o martià (μαρτιά) in Grecia e a Cipro, martenìtsa in Bulgaria, mărțișòr in Romania e Moldavia, màrtinka in Macedonia del Nord. Il riferimento linguistico denota uno stretto legame con il mese di marzo.


Tale oggetto è, sostanzialmente, un talismano benaugurante il ritorno della primavera e che protegge dagli infidi raggi solari di marzo. Nel mondo ellenico lo indossano generalmente i bambini, ma in altri contesti geografici è un costume adottato senza limiti di età. In alcune regioni della Bulgaria, gli abitanti espongono un pezzo di stoffa rossa fuori dalle proprie case, affinché Baba Marta, la vecchia che porta via l’inverno, non bruci le persone con i raggi del sole di primavera. In Romania l’accoppiamento di colori si rifà alla leggenda di un eroe che, per liberare il sole imprigionato da un drago durante l’inverno e permettergli di tornare a splendere in cielo, sacrifica la propria vita. Quest’ultimo mito associa il colore del sangue dell’eroe e il bianco alla purezza dei bucaneve, araldi della primavera.


Anche in Albania si indossano braccialetti nello stesso periodo, ma lì il costume prende il nome di veròre, dalla parola verë, “estate” (benchè il termine verë tradisca una chiara parentela con ver/veris, la primavera in latino).

In ogni caso, la tradizione vuole che alla fine del mese di marzo o all’incontro con la prima rondine o un uccello migratore, segnali inconfondibili della sopraggiunta bella stagione, l’oggetto sia abbandonato in natura, nascondendolo sotto un sasso o appendendolo a un albero da frutto, nella speranza che un volatile se ne appropri e che lo renda parte integrante del proprio nido.

Analizziamo la pratica in maniera scientifica.
Il grande protagonista del rito, fin qui rimasto sottaciuto, è il dio Marte, divinità a cui è dedicato il mese di marzo. Marte è una divinità italica, quindi, sarebbe più corretto ricondurre storicamente la pratica al mondo latino, invece che a quello balcanico. Per quanto alcuni studiosi del passato abbiano parlato di Marte anche nei termini di divinità legata all'agricoltura, si è dimostrato in seguito che, piuttosto, il dio rappresentava la virtù e la forza della Natura e della gioventù, dedita nei tempi antichi alla pratica militare. Inoltre, “presso i Sabini, in momenti di particolare crisi per la società, i giovani emigravano, come uno sciame, abbandonando il vecchio alveare e andavano a cercare fortuna altrove: si chiamava quest’usanza il ver sacrum, “la primavera sacra” (cfr. Grimal P., “Mitologia”, 2004, pagg. 394-95, voce “Marte”). “Giunto il momento, Marte prendeva sotto la sua tutela i giovani espulsi, che formavano solo una banda, e li proteggeva fino a quando non avessero fondato una nuova comunità sedentaria espellendo o sottomettendo altri occupanti” (Dumézil G., “La religione romana arcaica. Miti, leggende, realtà”, 2017, pag. 191-192).

In sintesi, più che ai classici riti di rinnovamento stagionale, la corretta interpretazione del fenomeno sarebbe da riportare a pratiche strutturali di carattere sociale. Legare la pratica in oggetto a rituali agresti molto antichi, ma localizzati spazialmente, è riduttivo: la compresenza di elementi comuni in culture così lontane presuppone il contributo di un media, di un ambiente comune di germinazione. Innanzitutto, dobbiamo rifarci alla romanizzazione dell’area balcanica (avvenuta tra il II sec. a.C. e il II d.C.), che impose nuovi costumi ai popoli locali. Balcani… terra dura, di frontiera, di conflitto costante: questa pratica forse si diffuse legandosi al reclutamento di giovani leve per l’esercito, che i Romani prima e i Bizantini poi erano soliti effettuare periodicamente nell’area durante il proprio dominio. E’ possibile, quindi, che, iniziandosi solitamente le guerre nei primi giorni di marzo, le mogli/madri dessero ai propri giovani uomini in partenza piccoli amuleti di colore bianco e rosso. Il colore rosso rappresentava il sangue dei guerrieri e il bianco il pallore della morte, che desideravano esorcizzare.


L’elemento su cui fare leva per comprendere bene la diffusione della pratica appartiene, quindi, più al livello psicologico che materiale ed è quello della protezione. Per questo parliamo di un talismano.

La slavizzazione dell’area, avvenuta su larga scala nel VII secolo d.C. (Ostrogorsky G., “Storia dell’impero bizantino”, 1993, pagg. 85-86), potrebbe aver influito nella sovrapposizione di ulteriori aspetti nel fenomeno, che non hanno relazione con la cultura latina e che fanno perno su tradizioni più legate al culto della Natura. Nel corso dei secoli sono scomparsi del tutto i riferimenti diretti alla divinità latina e alle pratiche sociali come il “ver sacrum”. Gli aspetti più contingenti, come l’allontanamento sistematico dei giovani e la speranza di un loro ritorno a casa, trovarono un rispecchiamento nel comportamento degli animali migratori. Così, pur cambiando aspetto, il messaggio strutturale di speranzosa vitalità presente nel rito originale sopravvisse affiancandosi nel contempo, ai tratti ciclici, immutabili e trasversali del rinnovamento cosmico. Ancora una volta, la Cultura ci dimostra la sua straordinaria predisposizione a sostituire con significati simbolici le ragioni materiali di una pratica, quando queste scompaiono dalla vita quotidiana.

Quest’anno, abbandoniamo anche noi simbolicamente il nostro màrtis e liberiamoci di un marzo così particolarmente triste, con un gesto ricco di speranza!

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