NOWRUZ [prima parte] RITI DI RINNOVAMENTO COSMICO NEL CAPODANNO PERSIANO

(di Matteo Malanca)

In numerose società la nozione di Capodanno rimanda, piuttosto che alla ricorrenza di una data fissa, a una fase di transizione da un ciclo all’altro. I capodanni rappresentano momenti cruciali dell’anno, sotto svariati aspetti: ecologico, sociale, politico, rituale. Per questa ragione, alcune date che vengono percepite come fine-inizio di ciclo possono divenire emblematiche della natura fausta o infausta del ciclo annuale che esse inaugurano (1).
Così è nella cultura persiana, dove, da trenta secoli circa, in corrispondenza con il solstizio di primavera (all’incirca il 21 marzo del calendario cristiano), si celebra il Nowruz, l’antico capodanno zoroastriano, risalente a un’epoca precedente l’impero dei Medi e la cui storia è giunta fino ai giorni nostri, fondendo elementi iranici, mazdei e islamici.

Il Nowruz non è una festa religiosa, né nazionale nel senso stretto del termine: popolazioni non musulmane di altri Paesi come l’Azerbaigian, l’Afghanistan, il Turkmenistan, l’Uzbekistan, il Tadjikistan, ma anche in Turchia e persino in Albania, lo festeggiano con il medesimo entusiasmo, condividendo con gli Iraniani ritualità e consuetudini dal forte valore simbolico.
Più di ogni altra ricorrenza, esso rappresenta la presenza di un sostrato culturale condiviso e “delinea la continuità della cultura persiana attraverso il tempo e lo spazio, una comune appartenenza, che per molti è fonte di un profondo senso di identità"(2).


Nowruz è un termine composto dalle parole di lingua farsi Now e Ruz, che significano, rispettivamente, “nuovo” e “giorno”. Per estensione astronomica, quindi, il Nowruz sarebbe il “nuovo giorno del mondo”, un momento di rinascita per la natura e di rinnovamento delle aspettative di vita.
“Il Nowruz è associato, nel bagaglio mnemonico e olfattivo di molti Iraniani ad atmosfere di gioiosa festa, scambio di regali, visite a parenti e amici, viaggi famigliari, ospiti per casa, profumi e sapori sempre uguali di cibi e alimenti, che vengono preparati o acquistati sempre in abbondanza e grande varietà, offerti o consumati insieme alle persone più care, in un continuo scambio di auguri e buoni auspici e intendimenti per il futuro, in un clima di rinnovati legami e nuovi propositi”(3).

Si presenta come un ricco cerimoniale privato pieno di pratiche simboliche, che investono i più svariati ambiti della quotidianità e che necessitano di una preparazione tempestiva. Nelle due settimane precedenti il Nowruz iniziano, fuori e dentro casa, i preparativi per predisporre quanto necessario ad accogliere il “nuovo giorno”:
- lenticchie o grano od orzo vengono fatti germogliare in recipienti facendo in modo che spuntino verdi e tenere foglioline, le quali, una volta giunte all’altezza di almeno 8-10 cm in altezza, saranno poi legate con un nastro rosso e disposte sulla tavola del giorno di festa;

- dodici giorni prima del Nowruz, si procede a una pulizia approfondita della casa (ossia rito del Khane Tekani);

- si compiono nuovi e straordinari acquisti a simboleggiare un generale auspicio di rinnovamento e purificazione;

- si acquistano abiti e scarpe nuove per tutti, grandi e piccini: un gesto che è forse retaggio della cultura contadina, dove questa era l’unica occasione in cui molte famiglie si concedevano spese di questo genere;

- le giovani donne non sposate cercano di trarre buoni auspici sul proprio destino personale partecipando a giochi di gruppo;

- si preparano dolci tradizionali come il sohan (un biscotto burroso farcito di pistacchi e speziato), il qottab (un pasticcino fritto farcito alla mandorla), il baghlava (il baklavà, dolce tipico di tutto il Levante mediterraneo ), koluchè (biscotti di pasta di grano farciti con mandorle, miele e spezie);



- in ogni famiglia si prepara il cosiddetto haft sin (“sette S): una superficie piana, solitamente un tavolo o un grande vassoio (sini) su cui vengono disposti 7 alimenti, il cui nome il lingua farsi inizia con la lettera S (sin). (cfr fotografia 2).
Le sette S richiamano Ahura Mazda (la divinità del Mazdeismo) e le sei Amesha Spenta (i santi immortali), sei spiriti a lui subordinati attraverso i quali Mazda regola e governa le umane vicende.
Questi sette alimenti sono: sabzeh (germogli); samanu (detto anche “halwa sacro”, è una crema dolce a base di germogli di grano), senjed (giuggiole); sir (aglio); sib (mela); somoq (il sommacco, una spezia dal colore rosso); serkeh (aceto).
Si predispongono sulla tavola imbandita altri oggetti simbolici: monete nuove di zecca (sekke, una per ogni membro della famiglia), i giacinti (sonbol), tulipani, acqua di rose, dolci vari, candele accese (una per ogni figlio della casa), uova dipinte, un pesce rosso vivo in un vaso d’acqua, uno specchio (che riflette e moltiplica gli oggetti sulla tavola e simbolo della Creazione divina). 
Una posizione centrale occupa un libro sacro (il Corano nelle case musulmane, ma se la religione è un’altra, allora si espongono la Bibbia, la Torāh, l’Avesta…) e/o un libro di poesie (quasi sempre lo Shahnamēh, il “Libro dei re” di Firdūsi o il Dīvān di Ḥāfeẓ). 
E’ interessante notare come, attraverso il ricorso ai segni, in questo denso rito siano coinvolti luce, acqua, terra e fuoco;

- si cucina un piatto a base di pollo e riso per la cena del giovedì precedente il Nowruz.

Lo scoccare del passaggio all’anno nuovo si attende possibilmente accanto alle persone più care ed è sancito da una cannonata a salve. La cena del primo giorno dell’anno prevede tradizionalmente un piatto a base di pesce (simbolo di vita, ma anche di pane quotidiano), accompagnato da riso, simbolo di prosperità e benedizione, cucinato con verdi e fresche erbe e verdure di stagione, che rappresentano la Natura nel suo primo risvegliarsi di primavera ed eterno rinnovarsi.

Le festività del Nowruz terminano ufficialmente il 13 di Farvardin (il primo mese del calendario persiano), trascorrendo per tradizione la giornata all’aria aperta, in natura, tenendo così gli spiriti malvagi e l’ombra della sfortuna lontani dalla propria casa. Nella mitologia iraniana il numero 13 è legato a leggende sulla vita dell’universo e la sua fine, a conflitti tra Dei e Demoni (tipici del manicheismo zoroastriano) e al buon esito dei destini umani. 
Ci si riunisce per un ricco picnic, possibilmente accanto a un corso d’acqua, dove verranno gettati i germogli coltivati per le feste come segno di buon auspicio, liberandosi con essi anche delle preoccupazioni e difficoltà dell’anno vecchio.



Per concludere… ritorniamo brevemente all’inizio: i festeggiamenti cominciano ufficialmente la sera dell’ultimo mercoledì dell’anno vecchio, con il salto del fuoco, il Chaharshambe Souri (“Mercoledì Rosso”).
Il fuoco è un elemento caro alla cultura iranica antica, che era dominata dal mazdeismo, e i falò vengono accesi un po’ ovunque nelle città da gruppi di amici o parenti. 
La tradizione vuole che si salti sopra le fiamme recitando la frase “Dammi il colore rosso e prenditi il giallo del mio pallore”. Le ceneri dei fuochi spenti vengono poi scaramanticamente raccolte e seppelite lontano dalle case, a rappresentare la sfortuna e tutto ciò di triste e doloroso che l’anno vecchio ha portato con sé (4). 

(continua)

Note
1) Fabietti U., Remotti F. (a cura di), “Dizionario di Antropologia”, 2009, Bologna, Zanichelli, pag. 145, voce ”Capodanno”.
2) Riccarand C., “La cucina persiana. Dalla tradizione classica all’Iran di oggi”, 2010, Milano, Ponte alle Grazie-Salani Editore, pagg. 23-24.  
3) Ibidem, pag. 24.
4) Riccarand C., op. cit., pag. 25.

Fotografie
1) bassorilievo stilizzato;
2) un esempio di haft sin, arricchito da oggetti simbolici;
3) rito del Chaharshambe Souri.

Per approfondimenti
https://it.wikipedia.org/wiki/Zoroastrismo
https://it.wikipedia.org/wiki/Ahura_Mazd%C4%81

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